Daniela Pellegrini (1937)

“Per prima cosa bisognerebbe scoprire la veridicità dell’esistenza a priori di ogni dualismo in ogni possibile contesto umano e in ogni individuo sessuato, sia esso maschio o femmina, e anche quando non lo potessimo appurare e dato che tale dualismo ora ci appartiene, dovremmo studiarne e tentare di praticarne il superamento. Ho la presunzione che il come sia il compito storico delle donne”. E’ da questa considerazione di partenza che Daniela Pellegrini ha deciso di fondare a Milano nel 1965 il primo gruppo italiano di donne, chiamando a raccolta le sue amiche. All’inizio lo denominò “Dacapo” (Donne contro autoritarismo patriarcale o anche Donne a Capo).
In seguito, fu modificato in “Demau” (Demistificazione Autoritarismo Patriarcale).
Se Simone De Beauvoir affermava di voler essere riconosciuta come soggetto, ma la cultura nella quale ciò doveva avvenire definiva il suo come “secondo sesso”, Daniela Pellegrini affermava la necessità di rendersi completamente autonome da questa cultura che questa gerarchia produceva e da quel “secondo” che ne derivava. Auspicava perciò una solidarietà tra donne, una autocoscienza che le rendesse consapevoli di poter vivere per se stesse, in quanto donne, in una ‘trascendenza’ propria che non le definisse più “femmina al maschio”.
Nel manifesto programmatico del gruppo, Daniela Pellegrini metteva in evidenza il fatto che la divisione sessuata tra maschio e femimina produceva due categorie di valori culturali dove tutto quanto è positivo, forte e vincente è riferito al maschio e dove tutto quanto è negativo, debole e perdente è immagine del femminile. Da una lettura di un dato biologico differente, di fatto, si faceva discendere una intera organizzazione sociale, etica e culturale, dove le categorie “vincenti”, quelle maschili, determinavano anche i rapporti di classe, di razza ed economici. Tutto ciò doveva essere messo in discussione perché cambiasse il rapporto tra i sessi e perciò la cultura della specie umana in generale.
Nel 1969 giungevano forti dagli Stati Uniti gli echi del femminismo americano e della pratica dell’autocoscienza che lì si stava affermando. Nuovi gruppi nascono a Milano e il gruppo Demau, dopo aver condiviso per alcuni mesi le riunioni con Rivolta Femminile, un gruppo fondato nel 1970 da Carla Lonzi di ritorno dagli States, riprende il suo lavoro proprio a partire dalla pratica di autocoscienza.
Subito dopo ha rapporti stretti con il gruppo francese Psycanalise et Politique di Antoinette Fouque, con cui condivide e approfondisce la ricerca sulla sessualità e il rapporto con la madre, temi che saranno da qui in poi quelli portanti di tutto il movimento delle donne degli anni ’70.
A distanza di trent’anni Daniela Pellegrini ritorna a quell’afffermazione iniziale contestando da un lato il pensiero della differenza e la sua radicalizzazione nel “Due” che si è andato afffermando nell’ultimo decennio, definendolo “fondamentalista” a scapito delle pluralità e libertà, e dall’altro leggendo la figura simbolica materna, affermata quale luogo dell’autorità femminile, come ennesimo prodotto della contrapposizione duale: il Giano bifronte del potere patriracale.
E’ interessante rilevare come il pensiero di Daniela Pellegrini e gli ultimi sviluppi del pensiero femminista americano, pur provenendo da percorsi completamente diversi, trovino di nuovo una coincidenza di prospettiva: il superamento delle differenze . Daniela Pellegrini lo definisce “luogo terzo in una scelta di valori umani positivi e condivisi” .

Daniela Pellegrini (Belluno 1937) vive a Milano dove insieme a Nadia Riva è animatrice del Circolo Culturale e Politico delle Donne, Cicip & Ciciap, da loro fondato del 1981. Con Nadia Riva ha voluto, gestito e finanziato la rivista Fluttuaria, segni di autonomia nell’esperienza delle donne, di cui sono stati pubblicati diciassette numeri tra il 1987 e il 1994.
Negli anni ’60 Daniela Pellegrini lavorava come dirigente creativa nelle più grandi agenzie pubblicitarie milanesi. Ha abbandonato la sua carriera per dedicarsi interamente alla politica del movimento delle donne: ha trasformato dapprima la sua casa in una comune, dove ha vissuto con la figlia e altre dodici donne per tutti gli anni ’70, ha aperto e gestito con la parte più radicale del movimento milanese la Casa delle Donne di via Col di Lana 8, preferendo questo progetto a quello contermporaneo della Libreria delle Donne di Milano a cui pure aveva inizialmente collaborato.

Mariuccia Masala